Friday 15 february 2013 5 15 /02 /Feb /2013 08:56

di Luigi Amore, segretario generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma.

L’articolo rilancia una risposta all’articolo di Gianfranco Visconti. Senza averlo letto potreste non capire la risposta.

http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2013/02/images1.jpg“ Perché mai, tra le diverse forme giuridiche di organizzazioni senza scopo di lucro, quella della fondazione sarebbe senz’altro la forma meno democratica? Solo perché manca una base di associati ? Se, correttamente, essa viene descritta come  un patrimonio destinato ad uno scopo non di lucro da un soggetto fondatore (nel caso delle Fondazioni di origine bancaria lo Stato con la Legge Amato del 1990 e successive modificazioni), finalità legittima prevista dal nostro ordinamento, la mancanza di una base di associati si rivela peraltro funzionale  a prevenire il rischio  che  un gruppo di persone, pur animate da buone intenzioni altruistiche o solidaristiche possa stravolgerne i fini modificandone lo scopo.

Per entrare più nel merito di altre affermazioni, sostenere che oggi anche le Fondazioni di origine bancaria (e non “bancarie” tout court) “ … sono in grande misura controllate dagli enti locali (quindi dalla politica locale e/o dai referenti nazionali della politica locale)”, impone inoltre una precisazione:  se ciò avviene  non è certo perché gli enti locali abbiano  ”formalmente” ampi poteri di designazione; la legge dispone infatti che le modalità di designazione e di nomina contenute negli Statuti (approvati dal Ministero dell’Economia) siano ” … ispirate a criteri oggettivi e trasparenti, … e dirette a consentire una equilibrata, e comunque non maggioritaria, rappresentanza di ciascuno dei singoli soggetti che partecipano alla formazione dell’organo”. Ergo: nessun ente (sia pubblico sia privato) può designare “formalmente” la maggioranza dei consiglieri delle Fondazioni di origine bancaria.

Ciò premesso, oltre alla banale constatazione che l’affermazione sopra riportata rischia di uniformare nella generica stroncatura realtà diverse che probabilmente si comportano ed hanno stili di governance diversa, mi sembra doveroso sottolineare che, dove si verificassero effettivamente situazioni del genere ciò sarebbe dovuto al fatto che i vari enti designanti (oltre  agli enti locali anche Università, Curie, Camere di Commercio, Associazioni di categoria, Associazioni di Volontariato ecc.) avrebbero sostanzialmente abdicato ad esercitare in piena autonomia le facoltà loro riconosciute dagli Statuti, evidentemente perché anche a loro starebbe bene far controllare le Fondazioni dagli enti locali.

Se questa fosse realmente la situazione generale, allora bisognerebbe concludere che il problema non sta tanto nelle Fondazioni di origine bancaria, bensì nel profondo deficit di adeguatezza (con conseguente sudditanza psicologica) della classe dirigente, sia pubblica sia privata, del nostro paese, al punto da far dubitare della concreta applicabilità dei principi democratici; ma se questo fosse vero, la soluzione potrebbe mai essere quella di rendere le cariche elettive ? E quindi soggette ancor di più alla mutevolezza delle maggioranze?
Aggiungere i sindacati tra gli enti designanti sortirebbe qualche effetto diverso dall’avere nei consigli anche ex-sindacalisti oltre che ex-politici ?

Circa quello che viene indicato come  “ il problema fondamentale che pongono le fondazioni”, ovvero la necessità di “… evitare che esse possano condizionare troppo la gestione delle banche controllate …” mi sembra opportuno ricordare che la legge già prevede il divieto per le Fondazioni di origine bancaria di controllare  banche (con qualche eccezione di cui dirò oltre), oltre che  precise incompatibilità  tra gli organi delle une e delle altre, per cui mi sembra ridondante affermare (de jure condendo) che  “ …  esse come azionisti hanno il diritto di dire la loro sulla gestione della banca partecipata, ma non di governarla”, in quanto tale principio è già contenuto nella legislazione vigente.

A poco servirebbero (dato l’impianto normativo già esistente) limiti ai diritti di voto in assemblea delle azioni possedute dalle fondazioni oppure limiti alle nomine da queste esercitabili, che si configurerebbero peraltro come eccezioni alla disciplina generale civilistica, oltre che  evidentemente  inutili per la maggioranza delle fondazioni, che non hanno partecipazioni di controllo e quindi evidentemente  esercitano diritti di voto di minoranza  e non nominano la maggioranza degli amministratori.  Parimenti, già esistono  norme sui requisiti di professionalità, onorabilità, indipendenza, ecc. degli amministratori di banche (siano essi nominati dalle fondazioni o da altri soci), mentre sulla “democratizzazione” delle fondazioni ho già detto.

Con l’occasione, mi sembra utile sottolineare che simile discorso si può fare anche per  i maggiori controlli spesso  invocati; la legge già li prevede, e li affida  al Ministero dell’Economia. Ergo: abbiamo bisogno di nuove “grida manzoniane” o di prendere atto che, per separare di più la politica dalle banche, la vigilanza sulle Fondazioni di origine bancaria va affidata ad un’Autorità tecnica ed indipendente (come la Banca d’Italia)?

Condivido, peraltro, la preoccupazione per l’effettiva diversificazione del patrimonio delle fondazioni prevista dalla Legge Ciampi,  che dovrebbe metterle al riparo (per il futuro) dagli effetti di una crisi del settore bancario, cioè da una mancanza di introiti da dividendi della banca partecipata e dal conseguente blocco o riduzione delle erogazioni a favore del territorio di riferimento.
In proposito, non vedrei nulla di strano se il legislatore, dopo aver vietato alle Fondazioni di origine bancaria di detenere la maggioranza delle banche conferitarie, rimuovesse anche le residue accezioni a tale principio (Fondazioni con patrimonio inferiore a 200 milioni di euro o operanti nelle regioni a Statuto speciale), o addirittura qualificasse maggiormente il principio vietando le partecipazioni in banche, ancorché non di controllo, oltre una certa quota del patrimonio delle Fondazioni (onde evitare fenomeni di concentrazione o di dipendenza dagli utili della partecipata).

Circa le altre indicazioni su “come dovrebbero essere riformate le fondazioni bancarie”, mi permetto poi di osservare che non mi risulta alcun obbligo  di investire nelle opere pubbliche da realizzare della regione in cui si trova la loro sede, né tantomeno un obbligo (di legge) di destinare le erogazioni  per il 90% nella regione dove è ubicata la fondazione.  In genere sono gli Statuti a prevedere l’ambito territoriale di riferimento, che coincide con il territorio di originario tradizionale insediamento delle ex Casse di Risparmio, Banche del Monte o Istituti di credito di diritto pubblico.

In proposito, spero che nessuno rimpianga la situazione precedente alla Legge Amato, nella quale la politica nominava direttamente gli amministratori delle Casse di Risparmio, Banche del Monte ed Istituti di credito di diritto pubblico (per inciso, in molti casi nati per iniziativa privata e poi “nazionalizzati”), con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: alcune realtà tutto sommato gestite in modo da non essere del tutto dissanguate (specialmente al nord ed al centro), altre gestite così male (soprattutto al sud) da dover essere assorbite da altre, perché sostanzialmente senza più patrimonio. E’ questa la principale causa (forse con la sola eccezione del Banco di Napoli, le cui perdite probabilmente furono amplificate per consentire alla Banca Nazionale del Lavoro di “salvarsi” attraverso la plusvalenza realizzata a seguito dell’acquisto e della successiva rivendita del Banco ad Intesa) della scarsa dotazione patrimoniale delle Fondazioni di origine bancaria al sud, mentre il loro ridotto numero è essenzialmente dovuto al fatto che la presenza del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia (che erano Istituti di emissione) non aveva favorito la nascita delle Casse di Risparmio.

Del resto, le Fondazioni di origine bancaria hanno sentito l’esigenza di operare per favorire il riequilibrio di questa situazione, e nel 2006 hanno creato la Fondazione con il Sud, cui hanno devoluto complessivamente oltre 300 milioni di euro (direttamente o attraverso i Centri per il Volontariato, a loro volta finanziati sempre dalle Fondazioni, ex L. 266/91). Mi sembra quindi che la solidarietà ci sia, e la circostanza che le banche (partecipate o meno dalle fondazioni)  facciano  affari (e utili)  in tutta Italia o che  il risparmio raccolto nel Sud venga in gran parte utilizzato al Nord è questione che attiene  al diverso grado di sviluppo del Paese e quindi alle relative politiche,  ed inconferente rispetto  alla disciplina delle  fondazioni.

Fonte: www.finansol.it

Di borsaforextradingfinanza - Pubblicato in : FOCUS ECONOMIA E FINANZA
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 Giancarlo Marcotti si laurea in Scienze Statistiche ed Economiche all'Università di Padova discutendo una tesi in Econometria

 

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